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Parole alla rinfusa!

di Roberto Minnocci  – 

“Il baseball nettunese in mezzo a tante parole.”

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La città del baseball! Gli annunci! Le dimissioni! E allora? Non c’è molto da dire, tranne che questo potrebbe anche essere il mio ultimo post. Visto l’aria che tira! Ho sempre raccontato Nettuno come un sinonimo di Baseball, con la mia  stupida retorica e il romanticismo da strapazzo. Ma era un dato di fatto! Sul lungomare, nei bar, si percepivano passione e orgoglio, mischiate al “besbo”. Si respiravano nell’aria, assieme al senso di appartenenza, in un ambiente duro ma leale. Descrivere la realtà di un paese bellissimo, e associarlo alle gesta di una squadra che lo rappresentava, era semplice. Bastava guardarsi intorno! Una pizza da Peppe, le Tamerici, il boato dello stadio, i campetti di periferia, e tanto baseball ad ogni angolo rattoppato. E poi, sugli spalti sapevi benissimo dove sederti, tra nettunesi “scardusi” e tecnici “underground”. Era piacevole esaltare questi aspetti, che trasudavano fierezza, sport, storia. Oggi, invece, di cosa dovrei parlare? L’ispirazione è scomparsa. I rattoppi hanno scoperto le buche. L’opportunismo è degenerato in una malattia incurabile. Mentre doppiogiochismo e cerchiobottismo sono arte varia. Si passa da una parte all’altra della rete, come una pallina gialla durante una partita di tennis. Nello sport, nella politica, non fa differenza, l’importante è il proprio tornaconto. Lasciando macerie e devastazione, e chissenefrega di chi ci crede. D’altronde, il fine giustifica i mezzi, e Machiavelli è un maestro sempre al passo coi tempi. Opere incompiute, commissari, stadi chiusi, stanno lì a dimostrarlo. Il pallone è mio e le regole le faccio io. O giochiamo così oppure non gioca nessuno. Logiche infantili. Metodi biblici: “Che muoia Sansone e tutti i Filistei”, l’importante è nuocere alla parte avversa. I torti e le ragioni si intrecciano nella confusione. Ammutinamento da poppa a prua. Dov’è il bene comune in tutto questo? Dov’è lo sport? Sotto lo zero, come le temperature di Capo Nord. Ma almeno là, sei mesi all’anno, c’è luce, qua invece è notte perpetua tre-sei-cinque, e nei bisestili anche un giorno in più. Non mi va di scrivere cazzate ipocrite, sono già cazzaro di natura. Provo solo a usare gli ultimi neuroni lucidi, nonostante sia sempre sotto esame. Son costretto a pesare bene le parole, stando molto attento alle virgole. Un aggettivo in più o in meno e ti mettono in croce: i giocatori, gli allenatori, i genitori, i tifosi, gli avversari. Paranoie grammaticali. D’altronde, leggendo con Google Traduttore si rischia di confondere le analisi. Verità distorte dalla punteggiatura, senza accorgersi che si parla semplicemente di un gioco. È solo baseball. Ma dove sta andando a finire il batti e corri nettunese! Diviso in fazioni, in contrade. Come è sempre stato. Ma ora è un palio senza regole ed esclusione di colpi. Il futuro non è più quello di una volta, è irriconoscibile. Tutti amici e nemici allo stesso tempo. Uno, nessuno e centomila, come in una commedia pirandelliana, con le sue maschere grottesche. Un concetto che dovrebbe essere estraneo allo sport, come le carte bollate, del resto. In mezzo al campo sai da chi ti devi difendere, nei vicoli bui non sai mai chi puoi incontrare, e nella cassetta della posta potresti trovare qualche vecchia multa non pagata. La Nettuno di un tempo non esiste più, e mi sembra perfettamente inutile rimpiangerla. Adesso ce ne sono due, tre, dieci. E va bene così, purché si provi a vincere su un diamante e non davanti a un giudice. Amo il baseball giocato, questi argomenti non mi appassionano, e ho l’impressione sgradevole di star qui a sprecare il mio tempo. Come chi sta leggendo, dopotutto. Ne vale la pena? Non lo so, sono confuso. Forse c’è di meglio da fare che affannarsi a trovare congiuntivi appropriati a questo scempio. Mica è una prescrizione medica. Non guadagno un cazzo a fare questo lavoro, a parte i “Like” e qualche critica. Però non riesco più a trovare le motivazioni per parlare di questo baseball distorto. Non mi piace. Non è quello che mi aspettavo, ma non posso farci niente. Credo sia solo un’altra occasione persa. Come correr dietro a un treno già partito. Ho la sensazione e il rammarico di essere sempre in ritardo di un soffio. Come quando accendi la radio, proprio sulle note finali di una bella canzone che ti sarebbe piaciuto ascoltare. E allora provi a cantarla da solo, ma ti accorgi che avresti fatto meglio a restare in silenzio! Perché a volte un bel finale vale più di tante parole alla rinfusa!  “…E qualcosa rimane, fra le pagine chiare e le pagine scure…!”

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