19 Aprile 2024

di Roberto Minnocci  – 

“Le istantanee di una giornata perfetta allo Stefano Day.”

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Il rumore dei cancelli che si aprono, gli occhi assonnati, il prato brillante e l’umidità asciugata dal sole. E poi le prime persone che arrivano, i ragazzi in divisa, gli stand, le magliette, la prima partita. I saluti, il caffè, una battuta valida, la folla. Un telefono che squilla, tra una corsa a casa base e il caldo, gli urli, gli applausi. Uno sguardo tra la gente, la gioia nel vedere un amico, una pacca sulla spalla, la scritta Stefano7 sul petto, tutti uguali, tutti Stefano. Il cielo azzurro, le bandiere che si muovono, una vittoria sul campo, una stretta di mano. Un pallone lasciato in disparte, un guanto di cuoio, i colori delle divise, la confusione e le tribune che si riempiono. E poi ancora lo staff, l’ansia, la gentilezza, una palla scucita e l’odore delle salsicce che si alza nell’aria. Le bocche voraci dei ragazzi tra i tavoli, lo speaker che parla, la musica a tutto volume. Le foto, i selfie, le squadre in attesa, le chiacchiere, tra il giorno che va avanti, l’amicizia, i ricordi. Un bambino che corre, l’energia che evapora. La brezza nascosta tra le siepi e le lettere d’argento, che si protendono verso i passanti, come una carezza, come un leggero soffio di vita. Uno sguardo dal cielo, tra le gare che si accendono e i sorrisi sempre pronti, negli zainetti pieni di sogni, sopra gli strike, sui pantaloni sporchi di terra. Una panca piena, una sedia vuota, l’attesa del proprio turno. Una birra fresca, l’affanno del comitato, l’ospitalità e le gradinate piene. Tutti insieme, senza colori da difendere, con la voglia di essere presenti. Fino alla fine, fino a raggiungere Stefano, in un abbraccio immaginario, tra il tempo che passa e l’infinito. Fino alle coppe, ai trofei, al numero 7. Ai bambini esausti, alla felicità e al profumo del baseball che saliva fin sulle tribune. Con il vociare scomparso all’improvviso, fino ad avvolgere il silenzio per un minuto eterno. E poi l’inno cantato in coro, coi cappelli in mano, mentre i minibus correvano fino sul sacchetto di seconda base. Come un doppio sparato in mezzo agli esterni. Come due frecce scagliate direttamente dal cuore, fino a centrare l’obiettivo in nome di Stefano. Grandi, bravissimi, semplici. I complimenti prima dei ringraziamenti. L’emozione, la voce rotta dal pianto. La commozione e infine l’applauso. Lungo, intenso, liberatorio, mentre il sole calava dietro il mare e le ombre avvolgevano gli ultimi respiri dello Stefano Day. Poi lentamente è sceso il silenzio, gli ultimi saluti, i lucchetti serrati intorno ai cancelli e il buio che chiudeva il sipario di una giornata perfetta. E alla fine restava solo il rumore della notte a dare voce alle fantasie, alle suggestioni, prima di addormentarsi sereni. E chissà se era rimasto qualcosa a dare di nuovo un senso ai sogni, tra il disordine e il baseball, che pian piano si posava sotto la luce delle stelle. Ma non c’era più nessuno in mezzo alle foglie e agli aliti di vento. Anche se a noi piace pensare che ci fosse ancora Stefano, con la divisa e il numero 7, che correva a perdifiato tra le basi. Fino a tornare a casa. Fino a perdersi tra l’applauso e le braccia protese dei compagni, prima di dissolversi nei ricordi. Ma questa è solo immaginazione, o forse è solo poesia! #DajeStefano7!