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Baseball quattro stagioni!

di Roberto Minnocci  – 

“Un autunno tutto da giocare, con un baseball senza stagioni.”

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Il fine settimana baseballistico è ancora iperattivo sulle rive della City of Baseball. Si gioca a tutti i livelli, dai piccoletti ai più attempati, tutti con lo stesso obiettivo, quello di colpire una palla con la mazza, che sia bianca o gialla poco importa, serve solo sbatterla lontano. Dopotutto basta un semplice gesto per la felicità, un colpo e via, per sentirsi grandi o per tornar bambini. Nettuno resta fedele a se stessa, coi suoi campi affollati di protagonisti e spettatori, ognuno col suo ruolo ben definito, ma tutti attori dello stesso film, in una trama mai banale chiusa sempre con l’ultimo out. È un autunno dalle maschere sfocate, da raccontare senza parolacce, con i ragazzini a fare gli straordinari, tra un compito in classe e una battuta valida, mentre censori e sante condannano le metafore innocenti, prima di cancellare la retorica casareccia e staccare la spina ai cattivi maestri. È un periodo di fervore, con gli ex dalle barbe major, che sverneranno sul campo senza mound, giocando slow oppure hard, fino all’ultimo inning, tra scaldacollo di lana e fuoricampo, prima che faccia buio e che si torni a lavorare. Ma si gioca lo stesso, senza distinzioni di colori o righe, immaginando un homerun, uno strike out, una vittoria, senza ipocrisie o falsi moralismi. Quando indossi il cappello con la visiera e le scarpe con le lame, vuoi soltanto battere, correre e tornare a casa, una volta in più degli altri. Lo sanno gli Slow-Pitchers, che gareggeranno nel weekend sul diamante di San Giacomo, e lo sanno i Little-Leaguers che si sfideranno domenica a Santa Barbara, nei tornei dalle foglie cadenti e dalle sottomaglie felpate. Romanticismo da quattro stagioni, per tenere in vita il baseball tutto l’anno, in attesa del cambio della guardia e del reset primaverile, quando ci si guarderà di nuovo negli occhi da un dugout all’altro, col sole alto all’orizzonte. Ma intanto le sfide post season sono sudate e chiacchierate, con gli score disordinati e i giudizi distorti, ognuno con la propria verità, con le sue illusioni. È questo il bello del baseball, chiuso nelle palestre o imperterrito a sfidare il vento, con le estemporanee giornate limpide affacciate sugli spalti accalorati. Una no-stop agonistica nettunese, elencata nei report e nelle classifiche, amatoriali o junior che siano, ma pur sempre vissute, in divisa e in diamante. Tra loghi e casacche, birra e tabacco. Cocco di mamma o bulletto rookie. Non c’è tempo per rimpianti e per polemiche, quando i rumori del campo echeggiano sulle dirette facebook, sulle notizie con le cuciture, sui commenti a casa base. Mentre il Bar del Baseball serve strike e bunt ai tavoli virtuali, affollato di storia e attualità, tra cocktail assetati e una community appassionata. Libero accesso a tutti, dalla baseball school sulla spiaggia, ai professional da palasport. Come una grande matrioska, o un grande fratello, che spazza via i radical chic dell’eloquio e i tastieristi settari. Il batti e corri ruspante, sudato. Quello dimenticato, raccontato o semplicemente scritto. Un’onda concentrica che si propaga sul web, dai campetti alla realtà. Un guanto di cuoio, un campione. Una foto o un live, fa lo stesso. Dire, fare, giocare. È solo un gioco. È solo baseball. Un malato grave da accudire e curare. Ma non serve a niente ricordarlo, basta tendere la mano e raccogliere la palla, prima di tirare verso la prima. Servono solo tre dita per lanciare, così come per scrivere. Eppure domani la pioggia arriverà lo stesso. Are you ready? The Baseball must go on!

 

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